Una mattina, su una foglia di un albero, posto sulle rive del Sarno, sorsero due gocce d’acqua: una opalescente rifletteva i primi bagliori dell’alba nascente quasi con sfida, ma aveva un animo delicato, sapeva assumere mille sfumature diverse ed era il suo modo di comunicare – «Esisto mondo, esisto anch’io».
Rispose un riflesso accanto. Era la seconda goccia che prendeva contatto con la vita; il suo colore cambiava, però, continuamente: rosso, giallo, verde, azzurro…, come se non si decidesse ad assumere una sua propria identità.
Le due gocce vissero quegli attimi che precedevano l’alba assaporando ogni effluvio, ogni pensiero, tutti i misteri del bosco che ombreggiava il fiume. Colsero in un volo di ricordi antichi due nomi e seppero che erano i loro: Antigone e Polinice. Si esaltarono della reciproca esistenza, si chiamarono più volte per nome usando le più belle sfumature di colori, i riflessi più arditi e iniziarono a capire l’amore.
Attesero con ansia il calore del giorno che avrebbe diffuso assieme i loro aliti nel cielo, in un volo giocoso, una sublime unione, quasi un amplesso di felicità.
Polinice si trovava, però, sulla punta della foglia, bastò un leggero soffio di vento e iniziò a cadere inesorabilmente.
Ebbero il tempo di dirsi: «Per sempre…per sempre» e Polinice precipitò nelle acque senza luce che lo portarono via.
Antigone rimase, per un poco, come senza vita, poi si risvegliò e un’ondata di dolore la sopraffece. Pensò, tentò di morire, ma poi la sua emozione si trasformò in qualcosa di simile al pianto e si mosse un poco. Rimase stupita, ma capì così di potersi muovere da sola. Pianse ancora più forte e anch’essa scivolò oltre la foglia, dando un addio al Sole che, finalmente, era apparso per sollecitare il risveglio della vita.
|
Conosciamo noi stessi?
A questa domanda sembra ovvio rispondere subito di si. Invece pochi conoscono il loro vero volto in quanto quello che vediamo allo specchio è l’immagine riflessa del viso e quindi con i tratti somatici “scambiati”. Allora non potremo mai conoscere il nostro vero volto, così come lo vedono gli altri? Un modo c’è. Basta prendere due specchi, disporli ad angolo retto e specchiarsi; si avrà la sorpresa di vedere un volto diverso dal consueto, a cui non siamo abituati, eppure è quello il nostro vero aspetto, quello reale.
Molte acconciature, molte errate considerazioni che abbiamo di noi stessi, non sarebbero accettate o per lo meno sarebbero riviste osservandoci come veniamo realmente osservati dagli altri.
|
La velocità e la comprensione
Quando leggiamo un argomento complesso, possiamo diminuire la velocità di lettura per capire meglio. Quando siamo a cinema, a teatro, o davanti al televisore, dobbiamo adattarci alla velocità di comunicazione che viene imposta.
Alcune persone, magari senza accorgersene, parlano troppo svelti e spesso viene detto loro di ripetere quello che hanno appena detto.
L’arte del saper comunicare è, invece, anche questo: adattare i messaggi sonori al target di ascoltatori (più lenti con i bambini e con gli anziani), altrimenti la percezione non sarà accompagnata dalla comprensione e il senso del messaggio ne risulterà deformato.
|
Le due fontane
Nel 1935, il tradizionale passeggio per il Corso, a Nofi, comprendeva anche la parte Nord, oggi meno frequentata.
Ai confini, di questo tratto di strada, vi erano due fontane: una situata in via Garibaldi e l’altra in Via Nicotera che esiste ancora.
Ciascuna delle due fontane aveva il suo “curatore”.
A quella di via Nicotera si dedicava compare Girolamo che la curava, si rinfrescava, l’abbracciava perfino. Altrettanto faceva, per la fontana di via Garibaldi compare Pietro.
Una notte d’estate, verso le due, compare Girolamo uscì di casa e andò, come al solito, alla fontana di via Nicotera; vide compare Pietro che, nientedimeno, era intento a bere o quant’altro. Si sentì “tradito” a tal punto che lo aggredì con aspre parole, intimandogli di andare alla “sua” fontana che a questa già ci pensava lui stesso. Pietro dovette rispondere per le rime, insomma, successe il finimondo. Finì a botte, fra di loro, a tal punto che molti cittadini si svegliarono e corsero in strada per separarli.
La storia non dice se ognuno, poi, rispettò “la fontana dell’altro”.
|
Le anfore di San Matteo
Nel 1991 effettuai, assieme ad un collega, i saggi geognostici sull’area corrispondente a “Piazza del Corso” di Nofi, un paese del sud. Durante il sondaggio, in adiacenza alla Chiesa di S. Matteo, il carotiere, a circa – 15 metri, improvvisamente sprofondò.
Dopo l’estrazione, vennero fuori alcuni cocci di vasi in terracotta che furono raccolti da un negoziante, mentre noi eravamo impegnati nella difficile operazione di risistemazione delle aste . Fortunatamente la cavità in questione era alta poco più di un metro e si riuscì a proseguire nel banco cineritico
Subito dopo si rinvenne di nuovo il banco di tufo grigio, però in falda.
Si trattava, allora, di un cunicolo, a tale inusuale profondità, che serviva per il rifornimento d’acqua?
Non lo sapremo mai, perché i vari esperti che arrivarono successivamente sul posto, per alcuni ritrovamenti superficiali, non ritennero necessario soffermarsi sulle informazioni rese disponibili da noi geologi che avevamo effettuato le prime indagini sul sottosuolo.
Tempo dopo, trovandomi a passare da quelle parti, mi fermai a guardare un gruppo di loro che, perplessi, studiavano il segno circolare del foro lasciato dalla trivella, sperduti, chissà, in mille congetture archeologiche.
|
La promozione
«Pronto, dottore, c’è un grosso incarico promozionale per voi».
“Che significa, che devo ancora accontentarmi solo delle spese?”
«Certo, pensate all’immagine, appunto alla promozione…».
“Allora no, grazie! Mi sono stufato di stare in promozione, vorrei almeno andare in serie C ”.
|
Domenico Rea e le tufare di Nocera Inferiore
Nel periodo bellico, e specialmente nell’anno 1943, gran parte della popolazione di Nocera Inferiore trovò rifugio dai bombardamenti rifugiandosi nelle tufare. Vivere in questi oscuri antri non doveva essere affatto facile; così ne parla Domenico Rea nei suoi Racconti (Ed. Mondadori 1953).
… Anche noi ci incamminammo in fila indiana verso il fondo del Purgatorio (tufare n.d.r.). Chi veniva in senso inverso, doveva aspettare che passasse la nostra colonna e poi continuare. C’erano a grandi profondità alcune lanterne ad olio che scoprivano debolmente una sorta di paesaggio fatto di valli e colline, coperte letteralmente di gente. Dovevano essere un quarantamila persone (il numero è probabilmente esagerato perché rappresenta la totalità della popolazione di Nocera dell’epoca n.d.r.). Poi il Purgatorio camminava ancora, voltava, girava, si perdeva alla vista. Era come se Nofi (acronimo con cui Rea indicava Nocera n.r.d.) fosse capovolta e si ritrovasse in piccolo tutto il suo paesaggio di vicoli, abitanti, colli e valli.
… Noi trovammo posto sull’orlo del pozzo (pozzo di aerazione e di collegamento con i siti di estrazione del tufo; potrebbe essere proprio quello recentemente crollato n.r.d.), dove c’era anche il beneficio di una lanterna segnale. Si sguazzava nella sporcizia e l’aria sembrava una cosa spessa, sporca, che dava allo stomaco e intontiva. Le poche provviste s’infettarono di quel sapore immondo, che era anche cattivo odore. Mio padre, seduto sul ciglio non ce la faceva a respirare. …Io e mio cognato.. ci accorgemmo della scomparsa di papà. … fummo costretti a uscire… Vedemmo un piccolo aeroplano sbucare da dietro la verde collina di Chivoli con la leggerezza di un uccello. Subito dopo sganciò un paio di patacche nel tentativo di far fuori uno sperduto motociclista tedesco, e mise invece fuori servizio un altro paio di case . … Verso sera ridiscendemmo nella tufara. La gente dormiva a branchi. Ogni branco era una famiglia. Solo i vecchi stavano svegli, magri, bianchi e sudati come candele.
Le tufare rappresentano dunque, secondo me, un pezzo importante della nostra storia; spero che un giorno venga riaperta la loro parte più sicura per ricerche di reperti storici e per organizzare escursioni turistiche nella Nocera Sotterranea.
|
|