«Censuriamo le clientele politiche ma anche noi abbiamo le nostre». Il procuratore Greco dice tutta la verità sui “partiti” dei giudici
Bisogna credere nella giustizia, aver fiducia nella magistratura, sottrarsi all’inganno di una visione tragica di questo fondamentale, un tempo semplicemente nobile, potere dello Stato: tutto giusto. Eppure i problemi nel mondo della giustizia esistono. Prendiamo, ad esempio, la storia di un procuratore della Repubblica, uno di quelli importanti, oggi sul punto di smettere la toga perché sfibrato da come vanno le cose. Parliamo di Alfredo Greco, figura storica della magistratura campana, e non solo: 64 anni di cui 39 passati con la toga sulle spalle, migliaia di inchieste di successo, profondo conoscitore del crimine organizzato e del suo impianto “culturale”, stimato quasi ovunque. Ma, per il decalogo non scritto della magistratura attuale, il procuratore è un peccatore irredimibile: non ha la tessera di nessuna corrente dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato unico di giudici e pubblici ministeri. È fuori dal gioco degli incastri, dal mosaico degli incarichi, dalla divisione pattizia per questo o quel posto. è uno che pensa che incarichi extragiudiziali, arbitrati, convenzioni da aspettativa debbano essere eccezioni e non regole. Logico che, dinanzi a tale apostasia, Palazzo dei Marescialli gli ha negato per tre volte il posto da procuratore capo in tre distinti uffici della Campania: Benevento, Salerno e Nocera Inferiore. Un diniego frutto non dell’assenza o della carenza di requisiti formali e professionali, ma della logica d’appartenenza all’Anm, una logica che non perdona, specie se sei un magistrato di successo e, per giunta, senza tessera. «Potrei lasciare la magistratura – spiega – sono seriamente tentato dal farlo. L’Anm, bisogna dirlo chiaro, ha sbagliato in questi ultimi decenni ad abbandonarsi alla degenerazione correntizia che non le consente più di svolgere la sua funzione, e questa realtà non può essere minimizzata dall’esistenza di uomini onesti che ne fanno parte e che con il loro impegno e la loro buona fede non riusciranno a modificare fisiologicamente le nomenclature e le degenerazioni».
Dopo aver coordinato l’antimafia a Salerno, istruito processi memorabili e molto altro, Greco ha raddrizzato la procura cilentana di Vallo della Lucania: quando vi arrivò erano da poco stati arrestati capi e sottocapi degli uffici (vedi Tempi del 25 novembre 2009). C’era l’inverosimile, fascicoli anche nei bagni, milioni di denunce e querele abbandonate nei polverosi armadi dei corridoi. Insomma, un macello. Uno dei tanti: poi la musica cambiò, arrivarono i computer, si smaltì lo scandaloso arretrato (qualcosa come 50 mila processi evasi), si evitarono danni all’utenza e alle casse dello Stato. Oggi quella procura è ai primi posti d’Italia accanto a quella di Torino per qualità ed efficienza. E qui casca l’asino. Quando al Csm si è aperta la partita delle assegnazioni dei posti di vertice in ossequio alla riforma Mastella che impone il ricambio dopo un certo numero di anni, le batterie si sono posizionate. Greco ha chiesto di andare a dirigere la procura di Benevento: da Roma neppure gli hanno risposto. Allora Salerno? Niente da fare, qui ci hanno mandato Franco Roberti, eccellente investigatore, ma senza esperienze di direzioni d’ufficio, al quale pure era stata negata Santa Maria Capua Vetere. Restava Nocera Inferiore, procura sensibile a cavallo tra Salerno e Napoli, territorio complesso e difficile. La commissione incarichi direttivi del Csm si è espressa favorevolmente e sembrava quasi fatta: non poteva non riconoscere che, tra requisiti formali e sostanziali, esperienza e titoli, quel posto fosse ricoperto proprio da Greco. Invece, quando la decisione è arrivata dinanzi al plenum, il risultato è stato rovesciato a favore di Giovanni Francesco Izzo, proveniente da Cassino. Aveva la tessera giusta Izzo, garantiva altri posizionamenti in altre procure, era al pari di tanti altri un punto di equilibrio nella spartizione: poco importa che per quell’incarico avesse titoli imparagonabili con quelli di Greco, lui la tessera di Unicost l’aveva stracciata già una ventina d’anni fa.
Così è andata, così va spesso, troppo spesso. Al punto da far pensare seriamente a Greco di lasciare quella magistratura cui ha dedicato l’esistenza, due infarti sul posto di lavoro e 15 anni senza mai andare in ferie. Il massimo della solidarietà gli è arrivato dall’Anm che, in un glaciale commento di un suo presidente locale, ha replicato dicendo che «c’è sempre la via della giustizia amministrativa per vedersi riconoscere certi diritti». Ovviamente, facendo finta di non capire.
Basta parlarne solo nei corridoi
Ecco perché uno equilibrato come Greco afferma che «in magistratura ormai c’è un problema di autonomia interna, non tanto esterna. Io non mi lamento di un torto personale, dico solo che non vedo le condizioni per continuare ad esercitare con serenità il mio lavoro di magistrato. So che tante decisioni del Csm sono state annullate e che il giudice amministrativo ha ripristinato (dopo quanto tempo e con quanti altri bilanciamenti!) il rispetto dei diritti del caso concreto, ma è proprio questo che non va ed è molto peggio della sentenza che dà ragione al cittadino dopo 20 anni, perché questo riguarda la direzione di un ufficio giudiziario».
E c’è dell’altro: «Se è vero che la politica non tollera più il controllo della magistratura, bisogna pure dire forte e chiaro che la “politica delle correnti” in magistratura non è più accettabile. Non si capisce quale sia la differenza (di idee? di politica giudiziaria?) tra l’una e l’altra corrente, e i magistrati finiscono per iscriversi all’una o all’altra solo per trovare un ombrello protettivo con l’illusione di poter così proteggere la propria autonomia e indipendenza dagli attacchi esterni, restando però invischiati in un incasellamento interno che serve a portare voti e posti (consigli giudiziari, Csm, incarichi, etc.) a quei magistrati che fanno carriere associativa». Chiede onestamente Greco: «Come possiamo censurare, noi magistrati, le clientele politiche se lasciamo vivere le nostre clientele interne? Bisogna smettere di nascondere questo problema, di parlare solo nei corridoi o nell’ambito di riunioni riservate».
di peppe rinaldi www.tempi.it